Nel 1982 viene prodotta la prima spiga di mais geneticamente modificata. Ha alcuni chicchi blu ma, assicurano gli scienziati che l'hanno creata, il sapore è identico a quello delle spighe "naturali". Inizia la produzione in serie di cibi di nuova concezione.
Il creatore del primo clone umano è uno scienziato genetista afflitto
dal non riuscire a trovare una cura per la grave malattia della moglie.
Una famosa giornalista televisiva e un uomo d'affari combattono anch'essi contro lo stesso sconosciuto morbo causato, forse, dai cibi progettati dal genetista stesso.
Un barbone che vaga in una Roma notturna e deserta borbottando chissà cosa, scrivendo appunti su foglietti e vendendo cartoline tridimensionali, è l'unico che sembra immune al morbo, ma questa è l'ultima delle sue preoccupazioni.
Mai termine fu più appropriato. Liberalize Freedom è una produzione
casalinga nell'accezione più ovvia e immediata del termine. Una piccola
telecamera miniDV, un PC con alcuni programmi, qualche metro di tela blu e circa
90.000 ore di post-produzione. Un'utopia realizzata, oserei dire.
"Nulla è più affascinante del copiare, e ricopiare, e ricopiare..."
diceva Franco Donatoni parlando del suo metodo compositivo fatto di reiterazione
di piccole cellule notali ripetute e filtrate più volte fino a mutarle
del tutto. E la realizzazione di questo video è stata molto simile. Non
c'è una sola scena, un solo stacco, che non abbia subito modificazioni,
copiature, ricopiature, non c'è un singolo fotogramma che abbia una relazione
di verosimilità con il fotogramma originale di ripresa.
Impresa domestica quindi, ma resa concreta dal talento e dalla passione di coloro
che vi hanno contribuito e, perciò, espressione di gruppo che ha superato
di migliaia di miglia gli angusti confini dello studiolo di post-produzione.
Liberalize Freedom è anche, letteralmente, un'opera da camera. Tutto si
svolge in una stanza. Sono le pareti a cambiare aspetto, abito, a seconda delle
necessità e le entrate e uscite dalla scena non sono altro che entrate
e uscite dalla stessa porta.
Non amo il video in sè. Non amo la sua freddezza, l'inevitabile dominante
blu, l'eccessiva saturazione dei contorni. Se avessi potuto avrei girato in 35mm
ma questo non avrebbe cambiato il risultato perchè LF è un video
e ha sempre voluto esserlo soprattutto per questioni formali. Si, la forma, la
struttura, questa dimenticata. LF non potrebbe mai essere cinema perchè
il cinema è ormai completamente assoggettato alla tirannia della protagonista
di questi anni: la trama. Lo stesso vale anche per la televisione. E il cinema
è fatto di questa credenza popolare: senza trama non c'è racconto.
E, aggiungerei, senza trama semplice, chiara, spiegata in ogni dettaglio grazie
a ripetizioni di scene, flashbacks e "rimonte" e "anticipazioni".
LF è invece racconto, comunque. Alcuni essere umani vagano atterriti dalle
modificazioni genetiche che si stanno manifestando sui loro stessi corpi. Uno
di loro, uno scienziato (Roberto Latini) cerca con tutte le forze la reazione
della ragione, della ricerca, alla malattia della moglie (Heidi Cetta); un uomo
d'affari (Fabio Camilli) scopre che un semplice disturbo della memoria può
mutare un uomo di successo in un fantasma; una giornalista della televisione (Caterina
Inesi) vede la sua carriera distrutta dall'impresentabilità sociale della
malattia; il primo clone umano (Antonella Sini) sembra immune al disastro genetico
ma non riesce a uscire da un mondo di incubi.
Gli elementi ci sono tutti. LF non è una (mini)opera ma comunque lo è. Ci sono i bruschi cambiamenti timbrici e (pseudo)tonali tipici del melodramma italiano; c'è l'alternanza di "tutti", "concertino" e "solo"; c'è un rinnovato tematismo che prende a calci il criptismo di tanta musica degli ultimi decenni pur rendendole grazie una battuta si e una no. Perchè questo è il bello dell'opera: si può mescolare lirismo e marcette, arie e sberleffi, accordi in tripla f e rumori di fondo impercettibili. E' sempre stato così e continuerà a esserlo. L'opera è la nostra unica salvezza.
Sorry, english text coming soon...
LIBERALIZE FREEDOM
home-video opera
di Stefano Savi Scarponi
con
Fabio Camilli, Heidi Cetta, Caterina Inesi, Roberto Latini, Ester Silvagni, Antonella Sini, Stefano Savi Scarponi
e con
Simona Lobefaro, Serena Intilia, Francesca Sassitesto
Stefano Savi Scarponi con la collaborazione di Fabio Pagani
supervisione testo
Ilaria De Dominicis
Musica
Stefano Savi Scarponi
Coreografia
Alessandra Sini, Antonella Sini, Caterina Inesi
Assistente alle riprese
Francesco Pandolfi
make-up SFX
Stefano Caselli
partitura orchestrale
eseguita dalla Bulgarian Symphony Orchestra diretta da Stefano Savi Scarponi registrata da Marco Streccioni
partitura elettronica
registrata all'Electric Sheep Studio, Roma